Regola di Vita

I Quattro cardini della formazione presbiterale

Riportiamo di seguito una sintesi sulle quattro dimensioni della formazione Sacerdotale tratta dal documento della CEI, La formazione dei presbiteri nelle circostanze attuali. Orientamenti e norme per i seminari, del 15 novembre 2006.

La formazione umana

Chi è chiamato al presbiterato deve preoccuparsi di crescere in umanità. L’equilibrio, l’amore per la verità, il senso di responsabilità, la fermezza della volontà, il rispetto per ogni persona, il coraggio, la coerenza, lo spirito di sacrificio sono elementi rilevanti, anzi necessari, per l’esercizio del ministero. Diventare umanamente maturi è perciò un obiettivo fondamentale della formazione presbiterale (cf. n. 90).

Per far crescere questi aspetti della maturità umana è necessario un triplice lavoro:

  • una conoscenza di se stessi;
  • una gestione libera, costruttiva e responsabile della propria persona;
  • uno stile di vita caratterizzato dal dono di sé (cf. n. 92).

La formazione spirituale

La formazione spirituale costituisce il cuore che unifica e vivifica la vita e la formazione dei futuri presbiteri, ispirandosi alla pedagogia adottata da Gesù con i suoi apostoli. Egli instaurò anzitutto con i Dodici una relazione personale, favorì un clima di vita fraterna e li considerò suoi amici. Il rapporto personale con Gesù Cristo viene sperimentato soprattutto attraverso la fedele meditazione della Parola di Dio, la preghiera e l’attiva partecipazione ai sacramenti, i carismi della carità pastorale nella dedicazione alla Chiesa particolare e del dono di sé nella verginità, la trama delle relazioni educative, fraterne, amicali e di servizio (cf. n. 80).

Il seminario è scuola che educa all’ascolto della Parola attraverso la lectio divina, la meditazione personale, lo studio della Sacra Scrittura, le celebrazioni liturgiche, i momenti di comunicazione della fede e di discernimento comunitario. Tale ascolto permette ai futuri presbiteri di porsi in un atteggiamento di permanente conversione del cuore, di trasformare i propri criteri di giudizio, di progredire nella vita spirituale e di prepararsi al compito di annunciatori della Parola (cf. n. 81).

 

Momento essenziale dell’incontro con Cristo è la liturgia, che conduce i seminaristi a sperimentare con tutta la Chiesa la sovrabbondanza di grazia distribuita nell’anno liturgico e a porre al centro della giornata la celebrazione dell’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana e cuore del ministero presbiterale.

In continuità con la celebrazione dell’Eucaristia, si incoraggi l’adorazione eucaristica, modalità di preghiera che favorisce la maturazione di un’attitudine di silenzio e contemplazione e promuove la crescita della relazione personale con Cristo.

La Liturgia delle ore costituisce il naturale prolungamento dell’Eucaristia durante la giornata. I seminaristi imparino progressivamente a gustarla, a ricorrervi come forma privilegiata di lode a Dio e di intercessione per i fratelli e ad assumere, con l’ordinazione diaconale, l’impegno a celebrarla integralmente ogni giorno.

Doveroso e quanto mai urgente è il richiamo a scoprire all’interno della formazione spirituale, la bellezza e la gioia del sacramento della Penitenza. Ciò sarà reso possibile mediante un’opportuna catechesi, l’educazione genuinamente cristiana ed ecclesiale della coscienza morale, una prassi sacramentale frequente.

Di qui scaturiscono il senso dell’ascesi e della disciplina interiore, lo spirito di sacrificio e di rinuncia, l’accettazione della fatica e della croce (cf. n. 82).

 

Condizione favorevole per la preghiera è il silenzio, che in seminario deve essere promosso come clima generale e richiesto nei luoghi di preghiera e in precisi momenti del giorno e della settimana (cf. n. 83). (Orari di silenzio: ore 15.00-20.00 per lo studio e la preghiera; ore 22.30-08.15 per la preghiera e il riposo).

 

La passione per Cristo sarebbe un vago affetto se non si esprimesse nell’amore alla Chiesa, sua sposa. L’obbedienza a Dio, concepita come espressione più alta della libertà da se stessi, si incarna anche, e in modo determinante, nell’obbedienza alla Chiesa, in particolare al Papa e al proprio Vescovo, e si esprime nel segno della gioia, che costituisce l’unità di misura evangelica del dono di sé.

È essenziale perciò che ogni candidato sviluppi nel suo cuore un profondo sensus Ecclesiae, ossia la capacità di “sentire Ecclesiam, sentire cum Ecclesia, sentire in Ecclesia” (cf. n. 85).

 

Il dono di sé vissuto con radicalità evangelica esige nei candidati, oltre al distacco dalle cose, anche il distacco dagli affetti più cari e soprattutto da se stessi che, in ultima analisi, consiste nel vivere con verità e senza riserve le parole del salmista: «Ha sete di te, Signore, l’anima mia» (cf. n. 88).

 

Nella logica dell’appartenenza totale a Cristo e della partecipazione al suo amore sponsale per la Chiesa, la verginità per il Regno è sempre stata considerata come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Si tratta di una vocazione all’amore nella stessa forma scelta da Gesù, che domanda di essere serenamente riconosciuta e seriamente accolta. La scelta celibataria chiama in causa la personalità umana dei candidati, che deve essere sana e armoniosa (cf. n. 89).

 

 

La formazione teologica

 

La formazione intellettuale si connette profondamente con la formazione umana e quella spirituale; trova la sua specifica giustificazione nella natura stessa del ministero ordinato e manifesta la sua urgenza attuale di fronte alla sfida della “nuova evangelizzazione”.

Il lungo e laborioso travaglio che caratterizza la formazione intellettuale, scandito dalla quotidianità e dalla metodicità, è funzionale a formare presbiteri dalla fede matura, gioiosa e convinta, perché “pensata” (cf. n. 95).

 

Presupposto necessario perché lo studio filosofico-teologico sia proficuo in ordine allo sviluppo di personalità presbiterali mature è la piena integrazione tra il sapere teologico e il vissuto teologale,nella cornice di rigoroso metodo di studio teologico (cf. n. 96).

 

 

La formazione pastorale

 

L’intera formazione dei candidati al sacerdozio è destinata a disporli in un modo più particolare a comunicare alla carità di Cristo, buon Pastore. Ne deriva che la formazione pastorale costituisce il fine e la cifra di tutta la formazione presbiterale. Non si tratta in primo luogo di offrire tecniche e metodologie, corsi speciali e tirocini, ma di educare a un modo di essere che unifichi e orienti l’intera personalità: lo stile del pastore, chiamato a identificarsi con Cristo Pastore e a fare proprio il suo amore per il gregge, fino a dare la vita.

La pedagogia pastorale del seminario si farà perciò carico di una vera e propria iniziazione alla sensibilità del pastore, all’assunzione consapevole e matura delle sue responsabilità, all’abitudine interiore di valutare i problemi e di stabilire le priorità e i mezzi di soluzione, sempre in base a limpide motivazioni di fede e secondo le esigenze teologiche della pastorale stessa. Gli strumenti privilegiati di tale pedagogia sono, oltre alla formazione spirituale, la vita in comunità, lo studio della teologia pastorale e le esperienze pastorali (cf. n. 101).

 

Le esperienze pastorali offrono un contributo specifico alle diverse dimensioni formative (cf. n. 104).

 

I parroci e gli altri responsabili, che affiancano gli educatori dei seminari nella formazione pastorale dei seminaristi, ricordino che sono loro affidati soggetti ancora impegnati nella fase iniziale della formazione. Non li sovraccarichino perciò di attività, ma li aiutino a entrare nella vita ordinaria delle comunità, avendo cura soprattutto di condividere la loro stessa esperienza pastorale. I seminaristi, dal canto loro, accostino con rispetto e discrezione le comunità cui sono inviati, nella consapevolezza che esse hanno una storia, una struttura, una precisa tradizione. Cerchino, anzitutto, di instaurare con i parroci e con gli altri responsabili un rapporto di sincerità, di condivisione e di vera fraternità (cf. n. 105).